Virtuosismi veneziani: concerti per violino

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Virtuosismi veneziani: concerti per violino

Virtuosismi veneziani: concerti per violino

La XVIII edizione del festival internazionale di musica antica Milano Arte Musica si apre, come da tradizione, nella splendida Basilica di Santa Maria della Passione, e lo fa con un programma di grande impatto e prestigio: “Virtuosismi veneziani: concerti per violino”. Dedicato alla figura di Antonio Vivaldi ed alla sua influenza cruciale nello sviluppo della musica strumentale del Settecento europeo, il concerto sarà affidato a un artista di punta del panorama internazionale: Ilya Gringolts, il più giovane violinista ad aver vinto il “Premio Paganini” nel 1998. La maestria di Gringolts sarà poi accompagnata dall’Ensemble Estrovagante, sotto la direzione di Riccardo Doni.

Il concerto sarà preceduto da una conferenza spettacolo a cura del musicologo Cesare Fertonani, che incontrerà il pubblico presso MaMu Magazzino Musica per offrire una panoramica sull’opera e l’operato del prete rosso. La conferenza è a ingresso libero su prenotazione tramite piattaforma Eventrbite.

Tomaso Albinoni
(1671 – 1751)
Sinfonia in Sol maggiore
(Per archi e b.c.)
Allegro, Adagio, Allegro
Johann Paul von Westhoff
(1656 – 1705)
Imitazione delle campane
(Per violino e b.c.)
Antonio Vivaldi
(1678 – 1741)
Concerto in Re minore RV 237
(Per violino, archi e b.c.)
Allegro, Adagio, Allegro

 

Concerto in Re minore RV 565
(Per archi e b.c.)
Allegro, Adagio e spiccato, Allegro, Largo e spiccato, Allegro

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Antonio VivaldiConcerto in Do maggiore RV 189
(Per violino, archi e b.c.)
Larghetto, Allegro non molto, Larghetto, Allegro molto
Baldassare Galuppi
(1706 – 1785)
Concerto a 4 in Sol minore
(Per archi e b.c.)
Grave e adagio, Spiritoso, Allegro
Jean – Marie Leclair
(1697 – 1764)
Concerto in Re maggiore op.7/2
(Per violino, archi e b.c.)
Adagio – Allegro ma non troppo, Adagio, Allegro ma non troppo
violino soloIlya Gringolts
violini ICarlo Lazzaroni*, Francesco Facchini, Artem Dzeganowki, Davide Medas
violini IIAngelo Calvo*, Raffaele Nicoletti, Cristiana Franco, Regina Yugovic
violeArchimede de Martini*, Massimo Percivaldi
violoncelliMarcello Scandelli *, Giulio Padoin
violoneMario Filippini
liutoLaura La Vecchia
clavicembalo e direzioneRiccardo Doni

a cura di Luca Rossetto Casel

Da Venezia a Dresda e ritorno: potrebbe essere questo il percorso ideale della serata inaugurale dell’edizione 2024 di Milano Arte Musica. Gli anni a cavallo tra Sei e Settecento vedono infatti una fitta circolazione di musica, musicisti, soluzioni stilistiche ed esecutive tra la Serenissima e diversi centri d’area germanica: una rete di scambi – dalle traiettorie talvolta singolari – al cui centro si trovano spesso il violino e il suo repertorio.

Un percorso dagli esiti curiosi è, per esempio, quello che coinvolge l’Imitazione delle campane dalla terza delle sei Sonate per violino e basso continuo pubblicate da Johann Paul von Westhoff nel 1694. Originario per l’appunto di Dresda, e per oltre vent’anni attivo presso la sua cappella di corte, Westhoff rappresenta uno degli esponenti di spicco della scuola violinistica che, fin dalla prima metà del XVII secolo, si sviluppa presso quella città armonizzando, in uno stile coerente, varie e diverse influenze. Nello specifico, la pagina in questione si riallaccia a un gusto all’epoca diffusissimo, particolarmente in àmbito francese, per l’elaborazione in chiave espressiva di uno spunto descrittivo: il gioco di risonanze delle campane cui allude il titolo è assunto qui a pretesto per una peregrinazione fantastica nei territori dell’armonia, attraverso colori sempre più immaginifici, condotta per mezzo della tecnica del bariolage, che consiste nella ripetizione di uno stesso suono alternando corde diverse con l’effetto di un sottile gioco di sfumature cangianti.

Il ricorso al bariolage costituisce un espediente di largo impiego nella produzione violinistica di Antonio Vivaldi, e questo non costituisce di per sé motivo di particolare stupore. Colpisce, però, incontrare una citazione letterale dell’Imitazione nel movimento d’apertura del Concerto RV 237, databile approssimativamente al periodo 1716-1717, e dunque di molti anni posteriore alla composizione di Westhoff. Come ci è arrivata? Molto probabilmente, per tramite di Johann Georg Pisendel, violinista dell’orchestra di corte di Dresda che con il Prete Rosso intrattiene fitti rapporti d’amicizia, professionali e commerciali. Appunto tra il 1716 e il 1717, Pisendel si trova a Venezia al seguito del suo signore, e approfitta del soggiorno per coltivare la conoscenza di Vivaldi, perfezionandosi sotto la sua guida e acquistando una gran quantità di musica da riportare in patria.

In precedenza, il musicista tedesco doveva essere entrato per la prima volta in contatto con la produzione vivaldiana attraverso la raccolta L’Estro armonico, pubblicata nel 1711 dall’editore Roger di Amsterdam, e di lì diffusa in tutta Europa. Il Concerto RV 565 offre una rappresentazione ideale dello stile di quei lavori, che combinano un supremo senso del colore con agile virtuosismo e una scrittura trasparente, d’aerea leggerezza. Le stesse caratteristiche si ritrovano intatte nella Sinfonia in Sol maggiore di Tomaso Albinoni posta in apertura del programma, così come il taglio fondamentalmente lirico della scrittura. A differenziare i due compositori è la propensione di Vivaldi – che rimane pur sempre un operista – ad articolare il discorso musicale in un chiaroscuro più mobile e drammatico; e per contro, da parte di Albinoni, una maggior inclinazione verso l’allestimento di architetture sonore più lineari, per un eloquio immediatamente schietto, diretto.

La morte di Vivaldi segnò, tanto per lui quanto per la sua musica, una lunga fase d’oblio pressoché completo, destinata di fatto a terminare solo nel corso del Novecento con il ritrovamento del prezioso corpus di manoscritti che costituiva il suo archivio personale e, soprattutto, con la progressiva riscoperta delle composizioni per loro mezzo tramandate. Un lungo silenzio, che conobbe alcune eccezioni: proprio a Dresda alcuni lavori del compositore continuarono a risuonare negli anni successivi alla sua scomparsa, anche se, per crudele ironia della sorte, sotto il nome di un altro. La responsabilità della falsa attribuzione si deve imputare a un copista veneziano senza troppi scrupoli, Iseppo Baldan, che, trovatosi in possesso di quel materiale certo pregevole, ma di un autore irrimediabilmente fuori moda, ne combinò la vendita spacciandolo per opera d’uno dei musicisti lagunari più in voga del momento: Baldassarre Galuppi. Ad agevolare la riuscita di quell’ingannevole compravendita dovette naturalmente pesare, da un lato, la distanza geografica e culturale; ma anche, dall’altro, una certa contiguità tra i due autori. Anche Galuppi, d’altra parte, è uomo di teatro; e un gioco d’inflessioni vario e ricco, sottilmente differenziato, in continuo movimento tra svolte repentine e un fluido trascolorare, anima il suo linguaggio. Questo si presenta però calato in una diversa temperie espressiva, in linea con il mutare dei tempi e della sensibilità: anche nei momenti di maggior intensità, si fanno strada un atteggiamento più raccolto, una nuova propensione al ripiegamento introspettivo, intimistico.

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