Ritratti alla tiorba

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Ritratti alla tiorba

Immerso negli splendidi affreschi della Sala Capitolare del Bergognone, Gabriel Rignol, uno dei più promettenti solisti francesi Under26, interpreterà per Milano Arte Musica un recital intimistico su musiche di Kapsberger, De Visée e Bach. Un concerto in doppia replica (ore 18.00 e ore 20.30) per godere a pieno delle potenzialità timbriche di uno strumento antico e ricercato, e “dall’eleganza misurata e pensosa”.

Johannes H. Kapsberger
(1580 – 1651)
Toccata Prima
Canario & Sfessania
(da Intavolatura di chitarrone, Libro IV, Roma 1640)
Bellerofonte Castaldi
(1580 – 1649)
Arpeggiata a mio modo
(da Capricci a due stromenti cioè tiorba e tiorbino 1622)
Alessandro Piccinini
(1566 – 1638)
Toccata VI
(da Intavolatura di liuto et di chitarrone, Libro I, Bologna 1632)
Robert De Visée
(1650 – 1725)
Suite in La minore
Preludio, Allemanda la Royale, Corrente, Sarabanda, Gavotta, Brunette, La mascarade, Ciaccona
(da Ms. Vaudry de Saizenay, 1699)
Johann Sebastian Bach
(1685 – 1750)
Suite n. 1 per violoncello, BWV 1007
Preludio, Corrente, Sarabanda, Minuetto I & 2, Giga

– a cura di Luca Rossetto Casel

D’origini tanto antiche da perdersi nella notte dei tempi, tra l’età del Rinascimento e il primo Barocco il liuto conosce una diffusione senza precedenti. Nel corso del XVI secolo e di quello successivo la sua famiglia progressivamente s’amplia e si diversifica, allargandosi a comprendere una gran quantità di strumenti dalle taglie e dalle caratteristiche più varie.

C’è dell’altro. In quest’epoca, il liuto non è solo uno strumento, ma rappresenta molto di più: nella sua possibilità di produrre accordi, cioè di eseguire simultaneamente più suoni sovrapposti, per così dire, in verticale, e per questo in qualche modo non vincolati allo scorrere “orizzontale” del tempo, si vede una sorta di riflesso dell’eterna armonia del mondo; le sue stesse proporzioni mirano a rispecchiare i rapporti perfetti che regolano la mitica musica delle sfere; e i vari metodi d’accordatura adottati dagli esecutori riecheggiano le speculazioni dei teorici sul primato dell’uno o dell’altro temperamento.

Discendente di una nobile famiglia austriaca, Johann Hieronymus Kapsperger trascorre in realtà tutta la sua esistenza nella penisola italiana. Nato probabilmente a Venezia, qui compie la sua formazione per poi trasferirsi a Roma. Proprio a quest’ultima città si lega lo sviluppo di una particolare varietà di liuto: il chitarrone o, per l’appunto, tiorba romana. D’ampie dimensioni – poco meno di due metri –, quello strumento trova impiego dapprima nella realizzazione del basso continuo, per ritagliarsi però ben presto un ruolo solistico: il timbro profondo, la suggestiva ricchezza di risonanze che lo caratterizzano si prestano bene a dar voce alle istanze dello stylus phantasticus, esemplificato sull’espressione libera e, appunto, fantastica dell’improvvisazione. Al chitarrone Kapsperger dedica ben quattro ampi Libri d’intavolatura. L’ultimo, dato alle stampe nel 1640, è quello più ricco: a suo interno raccoglie composizioni di diverso genere, all’insegna della più grande varietà, in un repentino avvicendarsi di illuminazioni immaginifiche e improvvisi ripiegamenti.

In un’eccentricità estrosa, di folgorante ironia, risiede il tratto più peculiare dell’arte di Bellerofonte Castaldi. Un gusto sagace per il gioco e per il paradosso pervade tutta la sua multiforme attività di poeta e musicista. In quest’ultima veste, Castaldi dedica particolare attenzione alla tiorba, strumento di cui è virtuoso e per cui compone una raccolta dall’enigmatico titolo di Capricci a 2 stromenti, cioè tiorba e tiorbino, e per sonar solo varie sorti di balli e fantasticarie Setnoforelleb Tabedul, pubblicata a Modena nel 1622. Il mistero delle ultime parole è, in realtà, presto risolto: in linea con lo spirito che anima le «fantasticarie» contenute nel volume, vanno lette al contrario, «Bellerofontes ludebat», vale a dire «[che] Bellerofonte suonava». Per quanto riguarda, invece, la curiosa destinazione strumentale, il termine ‘tiorbino’ si riferisce a una tiorba di dimensioni ridotte, dall’estensione più acuta e dal timbro chiaro, d’affascinante leggerezza. Com’è affascinante la musica contenuta nell’antologia, con i suoi profili inconsueti, spesso tortuosi, che a tratti paiono piegarsi in sogghigni irridenti.

All’accrescimento della famiglia del liuto per mezzo dell’ideazione di un’ulteriore variante, quella dell’arciliuto, si lega il nome di Alessandro Piccinini. Questi descrive le caratteristiche del nuovo strumento – che rispetto alla tiorba si differenzia per un registro acuto più sviluppato – nella prefazione al primo libro della sua Intavolatura di liuto et di chitarrone, pubblicata nel 1623 (cui seguirà un secondo libro, postumo, nel 1639), che costituisce l’unica testimonianza della sua produzione musicale. La sua cifra distintivo appare quella di un’eleganza misurata e pensosa, a tratti sottilmente venata di malinconia.

Autore di una vasta produzione per chitarra, Robert De Visée dedica numerosi lavori anche al liuto e alla tiorba. Nella scelta delle forme musicali, mostra di riservare una particolare predilezione per quella della suite, organizzata in un’aristocratica successione di movimenti di danza in cui l’avvicendarsi stesso delle diverse caratterizzazioni definisce l’equilibrio e l’unitarietà dell’architettura musicale.

Anche Johann Sebastian Bach ricorre spesso alla struttura della suite – o ad altre analoghe – per conferire maggior organicità all’impianto delle composizioni, specialmente se se per strumento solo: come quelle per liuto, o per violoncello. L’adozione di soluzioni formali simili non è l’unico punto di contatto tra i lavori destinati alle due tipologie di strumenti. La scrittura per violoncello, in particolare, mostra a più riprese – con maggiore o minor evidenza – d’adombrare modelli, formule, movenze riconducibili al linguaggio del liuto, come emerge con chiarezza dal ricorso alla pratica della trascrizione.

 

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