J.S. Bach e C.P.E Bach: Sonate per violino e clavicembalo

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J.S. Bach e C.P.E Bach: Sonate per violino e clavicembalo

J.S. Bach e C.P.E Bach: Sonate per violino e clavicembalo

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Le sonate per violino e clavicembalo di J.S. Bach e di C.P.E. Bach sono fra le più raffinate e affascinanti composizioni presenti nel catalogo bachiano. A proporle nell’ambito del festival 2024 saranno due grandi ritorni: il clavicembalista e organista Jörg Halubek e la violinista Anaïs Chen che si esibiranno in prima nazionale presso la Chiesa di San Francesco di Paola, sede inedita nella storia del festival.

Johann Sebastian Bach
(1685 – 1750)
Sonata BWV 1016
Adagio – Allegro – Adagio ma non tanto – Allegro
Carl Philipp Emanuel Bach
(1714 – 1788)
Sonata Wq 76
Allegro moderato – Poco andante – Allegretto siciliano

Fantasia Wq 80
Sehr traurig und ganz langsam – Largo – Adagio  – Largo – Adagio – Allegro – Allegretto –  Largo – Allegro

Johann Sebastian Bach
Sonata BWV 1021
Adagio – Vivace – Largo – Presto

– a cura di Luca Rossetto Casel

Non si sono conservate informazioni sulle circostanze che condussero Bach a comporre le sei Sonate a violino e cembalo certato BWV 1014-1019. In base ai tratti stilistici che le contraddistinguono, tuttavia, appare verosimile collocarne la stesura nel periodo che il musicista trascorse al servizio della corte di Köthen, tra il 1717 e il 1723, al quale risale peraltro gran parte della sua produzione strumentale. Come sempre accade nel catalogo bachiano, la scelta di una particolare denominazione appare rivelatrice del carattere delle composizioni. In primo luogo, la lingua adottata allude alla presenza di elementi di matrice italiana, che nel caso specifico appaiono identificabili nel marcato tratto cantabile comune alle sei composizioni. E poi l’espressione «cembalo certato», ossia «concertato»: si riferisce al rapporto paritario tra i due strumenti, improntato alla reciprocità, allo scambio dialogico. Il modello è quello della sonata a tre, con la sua organizzazione in due parti superiori e una al basso.

La Sonata BWV 1016 s’articola in quattro movimenti. L’Adagio iniziale presenta fin dal principio un tratto aperto e luminoso: sull’incedere scintillante del cembalo, il violino leva un canto dal profilo slanciato, costantemente pronto a mollare gli ormeggi per distendersi in voli sempre più ampi. Un colloquiare fitto e terso insieme, vivace e schietto, tiene impegnata la coppia di strumenti nell’Allegro che segue, per lasciare poi il posto nel terzo tempo, Adagio ma non tanto, al clima sospeso, inafferrabile, prodotto dal trascolorare continuo di un’armonia cangiante su cui si tende una nuova linea di sapore vocale, come su di un abisso rivolto verso l’infinito. L’Allegro conclusivo si presenta dapprima lanciato in un’agile corsa, per scartare però a sorpresa verso deviazioni inaspettate, addentrarsi in panorami fantastici; e di lì tornare infine sulla strada principale, per dirigersi verso la fine. Un gioco di tensioni e subitanei mutamenti di rotta in cui si possono intravedere i germi dell’accesa ricettività che, portata all’estremo, costituisce il nucleo dell’Empfindsamer Stil, lo «stile sensibile» di Carl Philipp Emanuel Bach.

Quella poetica trova un’applicazione esemplare nelle inquietudini che animano la Sonata Wq 76. L’apertura è affidata a un Allegro moderato. Moderato in quanto all’andamento, non certo al carattere espressivo: il capriccioso snodarsi del discorso musicale si fa ben presto tempestoso. È quindi la volta di un Poco andante pervaso da una cantabilità nervosa, alla minima sollecitazione pronta a piegarsi in gesti angolosi; per chiudere con un Allegretto siciliano, il cui caratteristico ritmo di danza appare esasperato in un irregolare alternarsi di pose contratte ed elastiche aperture.

E un’inquietudine ancora più esacerbata informa la Fantasia Wq 80. In una scrittura angolosa, le voci del violino e dello strumento a tastiera s’incastrano a modellare una forma di materica consistenza, che procede accumulando contrasti e giustapposizioni fino a sfociare in un impetuoso slancio liberatorio.

Per meglio apprezza la natura dirompente delle innovazioni linguistiche del figlio, può essere illuminante tornare a rivolgere l’attenzione verso il padre. Ulteriori avvisaglie della rivoluzione a venire si possono individuare nella Sonata BWV 1021, risalente al periodo di Lispia, e più precisamente databile ai primi anni Trenta del Settecento. Rispetto alle composizioni precedenti, accanto al violino non prevede una parte espressamente tastieristica, bensì una destinata al basso continuo: una scelta che comporta una scrittura più polarizzata, e un maggior rilievo solistico per lo strumento ad arco. Il primo tempo è un Adagio dall’eloquio finemente articolato a ricreare l’impronta di una vocalità ricca di screziature: per quanto profonde, queste non giungono mai a intaccare l’orientamento della linea principale, ma – al contrario – ne esaltano la coerenza. Ancor più netto si presenta il Vivace successivo, incanalato in un procedimento fugato d’inesorabile nitore che conduce alla momentanea sosta del Largo che segue. Qui l’articolarsi del discorso si fa più frammentario, spezzato; non però per provocare attrito, ma al contrario con l’effetto d’introdurre un allentamento della tensione, per poter così riprendere il cammino con rinnovata energia nel movimento conclusivo. Questo è un Presto dalle linee terse, ancora una volta costruito su un gioco d’imitazioni, che conduce la composizione a terminare nel segno di un’apollinea chiarezza.

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