J.S.Bach: Concerti Brandeburghesi

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J.S.Bach: Concerti Brandeburghesi

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Il 22 agosto, ore 20.30, la Basilica di Santa Maria della Passione sarà palco di uno degli appuntamenti più significativi dell’intera stagione: I Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach. Il programma, proposto da uno degli ensemble di musica barocca più affermati in Francia e in Europa, Café Zimmermann, porta in scena una delle pagine capolavoro assoluto del genere musicale antico, che trasfigurano il concerto barocco attraverso una compagine strumentale di straordinaria originalità e ricchezza.

Johann Sebastian Bach
(1685 – 1750)
Concerto n. 4 in Sol maggiore, BWV 1049
Allegro, Andante, Presto

Concerto n. 6 in Si b maggiore, BWV 1051
Senza indicazione di tempo, Adagio ma non tanto, Allegro

Concerto n. 1 in Fa maggiore, BWV 1046
Senza indicazione di tempo, Adagio, Allegro, Minuetto, Trio (Menuet repetatur), Polonaise (Menuet repetatur), Trio (Menuet repetatur et claudatur 

***

Concerto n. 5 in Re maggiore, BWV 1050
Allegro, Affettuoso, Allegro

Concerto n. 3 in Sol maggiore, BWV 1048
Senza indicazione di tempo, Adagio, Allegro

Concerto n. 2 in Fa maggiore, BWV 1047
Senza indicazione di tempo, Andante, Allegro assai

violiniPablo Valletti, David Plantier, Margherita Pupulin, Éva Posvanecz, Catherine van de Gees, Mauro Lopes Ferreira
altiMauro Lopez Ferreira, Bernadette Verhagen, Nuria Pujolras
violoncelli e viole da gambaEtienne Mangot, Sophie Lamberbourg
contrabbassoMichael Chanu
clavicembaloCéline Frisch
oboiEmmanuel Laporte, Rodrigo Gutierrez, Jon Olaberria
fagottoLaurent Le Chenadec
trombaGabriele Cassone
corniGerard Serrano, Jorge Fuentes
flautoMichael Form
flauto e flauto traversoKarel Valter
direzionePablo Valletti

a cura di Luca Rossetto Casel

Nella partitura manoscritta che nel 1721 Bach offre al margravio di Brandeburgo – probabilmente nella speranza, ahimè frustrata, di ottenere un incarico alle sue dipendenze –, il compositore definisce quelli che sarebbero poi divenuti noti, fino a tutt’oggi, come Concerti brandeburghesi, «Six Concerts avec plusieurs Instruments». Nella scelta di ricorrere al francese, si può individuare un primo indizio dello spirito cosmopolita che anima la raccolta. Anzi, il ciclo: sebbene i singoli concerti che ne fanno parte, presi di per sé, si presentino come lavori del tutto autosufficienti, da una visione complessiva emerge come ognuno di essi costituisca anche il pannello di un quadro più ampio, concorra a formare un disegno unitario. Considerati nel loro insieme, i Concerti brandeburghesi rappresentano infatti un campionario e al tempo stesso una sintesi, un superamento delle diverse concezioni, forme, della varietà di stili in cui s’incarna il genere del concerto. In altre parole, una sorta di biglietto da visita, di portfolio per mezzo del quale il compositore dà prova della propria competenza nel maneggiare le diverse forme, nel trattare i diversi stili, nel combinare e manipolare le une e gli altri.

E, proprio in apertura, Bach colloca un lavoro dalla struttura composita: una sorta di ibrido tra la forma del concerto e quella della suite, che appaiono tuttavia saldate in una struttura dal carattere marcatamente unitario, coeso. La compagine strumentale schiera l’organico più ampio e vario di tutta la serie: un violino piccolo, più agile e dotato di maggiori possibilità polifoniche grazie alle dimensioni ridotte, e poi tre oboi, un fagotto, due corni da caccia, impiegati ora in un ricco gioco d’incastri polifonici, ora come protagonisti di episodi solistici o isolati in formazioni più piccole.

Un sottile gioco di equilibri regola l’impianto del secondo Concerto, che schiera un gruppo di solisti stranamente assortito: violino, flauto diritto, oboe e tromba danno vita nel primo movimento a un sorprendente lavorìo d’intrecci e sovrapposizioni, per lasciare poi il posto, nel secondo, a una melopea di dolente espressività. L’ultimo tempo vede la tromba farsi largo tra gli altri strumenti per assumere la guida del discorso musicale, lanciandolo al galoppo in una cavalcata festosa e liberatoria.

Una marcata componente simbolica, legata al numero tre, informa il lavoro successivo: terzo concerto della serie, dall’articolazione tripartita, presenta un organico suddiviso in tre gruppi strumentali principali: violini, viole, violoncelli, cui s’aggiunge il basso continuo – che a loro volta comprendono tre parti. E non solo: a livello della scrittura, uno schema ternario regola l’avvicendarsi degli episodi, la costruzione delle frasi, l’incastro delle parti. Lo stile appare modellato sulle caratteristiche della scuola veneziana più aggiornata, facendone propri i tratti di trasparenza, leggerezza, agilità, vivacità ritmica per concentrarli e portarli all’estremo: ne risulta un effetto d’incontenibile, sfrenata vitalità.

Il quarto Concerto combina la struttura e il carattere di spiccato virtuosismo propri dello stile italiano con una piena padronanza dei procedimenti imitativi tipici delle scuole del nord Europa: i primi due movimenti, di taglio più tradizionale, sfociano nel terzo in una grande, complessa fuga. Il violino impiegato in veste di solista è affiancato da una coppia di flauti, impiegati – specialmente nel secondo tempo – per produrre un suggestivo effetto d’eco.

Sono lo stile, il gusto, la sensiblerie francesi a far da riferimento al quinto Concerto. A partire dal terzetto di solisti costituito da flauto, violino e clavicembalo, che richiama le analoghe formazioni strumentali diffuse in terra di Francia, per giungere alla scrittura morbidamente sfumata, incline all’espressività melanconica, per passare dall’impiego di indicazioni come l’Affettuoso del secondo movimento. E dallo spazio dato alla parte del clavicembalo, che nel movimento iniziale si ritaglia di fatto un ruolo da protagonista assoluto: confinati i due comprimari in posizione subordinata, lo strumento a tastiera si avventura in una cadenza visionaria, spingendosi ai confini del linguaggio, della forma musicale.

Una scrittura severa, ma al tempo stesso pervasa di cantabilità, caratterizza il sesto Concerto. Questo si presenta come una sorta di versione speculare del terzo. Alla modernità, ai colori chiari e brillanti dell’altro lavoro, si contrappongono qui il recupero di forme e modi espressivi del passato, una tavolozza timbrica virata sulle tinte più scure: richiamando l’antico consort di viole, l’organico schiera infatti due viole da braccio, due viole da gamba, violoncello, violone e basso continuo. Una rievocazione del passato? No. Nel corso della composizione si assiste al progressivo emanciparsi del più moderno violoncello a discapito delle viole da gamba: come a suggellare il ciclo dei Brandeburghesi ripercorrendo la storia dell’evoluzione strumentale, e insieme di tutto un genere, quello del concerto.

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