Giacomo Carissimi: Jephte

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Giacomo Carissimi: Jephte

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La XVIII edizione di Milano Arte Musica termina il 29 agosto con un concerto monumentale, pensato per commemorare i 350 anni dalla morte del più importante compositore di musica vocale del tardo Seicento, nonché inventore del genere dell’Oratorio: Giacomo Carissimi. Per farlo, il festival ha chiamato a raccolta l’Ensemble vocale Il Canto di Orfeo e Les Musiciens du Prince – Monaco che, diretti da Gianluca Capuano, daranno vita a un concerto senza precedenti in cui le maestose sonorità vocali e strumentali risuoneranno nello straordinario spazio acustico della Basilica di Santa Maria della Passione, per un finale di stagione tutto da ricordare.

Il concerto sarà preceduto da un incontro curato dallo stesso Gianluca Capuano che, affiancato dal alcuni musicisti e professionisti degli Ensemble, dialogherà con il pubblico per una completa immersione nell’opera e nella figura di Giacomo Carissimi. L’incontro si terrà presso Sala Capitolare del Bergognone e per partecipare sarà necessario prenotare il proprio posto tramite piattaforma Eventbrite.

Giacomo Carissimi
(1605 – 1674)
Missa “Sciolto havean dall’alte sponde”
per 5 voci, 2 violini e b.c

Kyrie – Sinfonia I – Christe – Sinfonia II – Kyrie II – Gloria – Credo – Offertorio: Mottetto “Exurge cor meum” (per soprano, 2 violini e b.c.) – Sanctus – Communio: Mottetto: “Ardens est cor nostrum” (per 5 voci e b.c.) – Agnus – Ite missa est: Mottetto: O dulcissimum Mariae nomen (per 2 soprani e b.c.)

 

Cantata “Sciolto havean dall’alte sponde”
(per 2 soprani, basso e b.c.)

 

Oratorio “Jephte”
(per 6 voci, 2 violini e b.c.)

a cura di Luca Rossetto Casel

L’appuntamento di questa sera celebra la ricorrenza del trecentocinquantesimo anniversario della morte di Giacomo Carissimi con un programma che accosta una tra le sue composizioni più note, l’oratorio Jephte, ad altre d’ascolto meno frequente. In effetti, la fama di Carissimi – come la sua presenza in sede concertistica e discografica – appare oggi legata in modo quasi esclusivo all’apporto (fondamentale!) prestato dal compositore romano al genere dell’oratorio, ch’egli di fatto contribuisce a definire; eppure il suo catalogo, peraltro di grande ampiezza, abbonda di lavori di fattura squisita.

Nato a Marino, presso Roma, nell’aprile del 1605, Giacomo Carissimi svolse gli studi e le prime esperienze professionali tra la città natale, Tivoli e successivamente Assisi. Nel 1629 fece ritorno a Roma, della cui vita musicale sarebbe divenuto in breve un protagonista assoluto. Ammirato e ricercato, non volle mai lasciare la sede petrina, dove fu côlto da morte improvvisa il 12 gennaio 1674. Accanto naturalmente all’oratorio, tra i generi coltivati con maggior assiduità da Carissimi spicca quello della cantata, sacra e profana. In quest’ultimo àmbito rientra Sciolto havean dall’alte sponde del 1653, nota anche sotto il titolo di I naviganti, incentrata sulla vivida rappresentazione delle peripezie di una coppia di amanti in balìa d’un mare in tempesta, tra i cui flutti alla fine soccomberanno miseramente: un’allegoria degli sconvolgimenti provocati dal sentimento amoroso, della forza distruttiva delle passioni. La realizzazione musicale, caratterizzata da una tensione drammatica che non sfigurerebbe su di un palcoscenico teatrale, affida le parti degli innamorati a due soprani e a una terza voce, di basso, la funzione di narratore; prevede inoltre un sostegno strumentale, realizzato per mezzo del basso continuo.

Dal tema ondeggiante che apre la cantata, Carissimi avrebbe successivamente (la datazione non è accertata) ricavato il tenor per una messa per cinque voci, due violini e basso continuo. Della composizione d’origine, la Missa «Sciolto havean dall’alte sponde» mantiene pure l’acceso senso del dramma, la propensione a dare evidenza e profondità alle immagini che affollano il testo liturgico sbalzandole in un tuttotondo ricco di chiaroscuri, animandole in una gestualità netta, di grande efficacia retorica. In quest’occasione si è scelto di interpolare, secondo l’uso del tempo, le sezioni dell’Ordinarium Missæ con tre mottetti in corrispondenza delle parti relative a Offertorio, Communio e Ite, Missa est, attingendo alla ricca produzione che Carissimi dedicò a quel genere musicale: Exsurge cor meus descrive l’animarsi del fervore in un’invenzione che si fa sempre più plastica e incisiva; Ardens est cor meus, pervaso da commossa intensità; e O dulcissimum Mariaæ nomen, dai tratti d’amantina purezza.

La composizione dell’Historia di Jephte si situa nel contesto delle esecuzioni musicali ospitate nel periodo quaresimale presso l’Oratorio dell’Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso, ed è databile intorno al 1650. Il testo è ricavato dalla libera rielaborazione di diverse parti dell’Antico Testamento – il libro dei Giudici, da cui deriva l’episodio principale, vari frammenti ricavati da Giuditta – arricchiti dall’aggiunta di elementi di libera invenzione, d’autore ignoto. Al centro della vicenda è la figura tragica del condottiero israelita Iefte che, durante una battaglia contro gli Ammoniti, per propiziarsi la vittoria fa voto di immolare in sacrificio la prima persona incontrata al termine del combattimento. Sconfitti i nemici, a farglisi incontro è però la sua unica figlia; questa, appresa la crudele sorte che l’aspetta, non esita a offrire spontaneamente la propria vita per garantire la salvezza del suo popolo. La figlia di Iefte è presentata come figura Christi, e il suo sacrificio rimanda implicitamente a quello della Croce: appare significativo, a tale proposito, che l’oratorio si chiuda senza scioglimento, su di un lamento struggente del coro.

Il linguaggio, le forme e le strutture sono quelle operistiche: l’oratorio è articolato in recitativi, numeri chiusi solistici o a più parti – non dissimili da arie e concertati –, episodi corali. Il tutto si presenta collegato in una successione continua, fluida, di stringente organicità.

Come in altri lavori, Carissimi si stacca dalla consuetudine di affidare la narrazione a un unico interprete: la parte dell’Historicus è ripartita tra più voci, impiegate singolarmente o in gruppi di varia formazione; soprattutto, queste non si limitano a svolgere una funzione di raccordo, ma si ritrovano come trascinate a forza nel prender vita degli avvenimenti, coinvolte – anche dal punto di vista emotivo – nel loro svolgimento. Il racconto si fa così azione scenica (anche in assenza di un’effettiva rappresentazione); e la vicenda appare non riferita, ma vissuta, partecipata – per così dire – senza filtri, in presa diretta.

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